L'amore tra Pavese e Constance Dowling tra l'indefinibile inquietudine di un poeta e la recita di un'attrice

L'amore tra Pavese e Constance Dowling tra l'indefinibile inquietudine di un poeta e la recita di un'attrice
ROMA - Cesare Pavese e il suo amore per Constance. Se la morte verrà avrà i tuoi occhi. "Certo in lei non c'è soltanto lei, ma tutta la mia vita passata, la inconsapevole preparazione - l'America, il ritegno ascetico, l'insofferenza delle piccole cose, il mio mestiere. Lei è la poesia, nel più letterale dei sensi. Possibile che non l'abbia sentito?". Si legge così alla data del 26 aprile, mercoledì, 1950, nelle pagine, ultime, de Il mestiere di vivere di Cesare Pavese. Il suo amore, quello di Cesare Pavese, con l'attrice americana Constance Dowling, ha un triste epilogo. Forse una fine annunciata nella tragedia del suicidio del poeta nella fine di un'estate agostiniana di in una Torino malinconica e solitaria del 1950.
Pavese, lo scrittore degli amori perduti, traditi, incompresi. Lo ha raccontati ma li ha prima vissuti, sofferti e per questi amori è stato lacerato. Constance la donna dell'illusione, della disillusione, la donna passione ma anche la donna del disamore. La donna, in fondo, che lo accompagna verso quell'epilogo già raccontato in un dei suoi romanzi. Una scena già vista. Ma questa donna è la donna vita e la donna morte. 
Conosciuta alla fine di dicembre dell'anno prima. In lei vi leggeva la favola ma anche la follia. Non era una donna terra, Langhe, collina, paese. Non una donna radici ma piuttosto una donna fuga, distanza, lontananza. Certamente una donna attesa. In lei vi aveva configurato tutto un viaggio poetico intrecciato in un linguaggio simbolico i cui elementi sono tutti giocati tra metafora ed esistenza. 
La poesia e Constance. In una lettera indirizzata proprio a lei, datata 17 aprile 1950 e partiva da Torino, si può leggere: "Non sono più in animo di scrivere poesie. Le poesie sono venute con te e se ne vanno con te. (…) Farai in tempo a ricevere La luna e i falò. Forse sarà già ad aspettarti in North Vista Avenue prima che tu arrivi. Sono così contento che ci sia il tuo nome. Ricorda che ho scritto questo libro - interamente - prima di conoscerti, eppure in qualche modo sentivo in questo libro che stavi per venire. Non è stato meraviglioso? Viso di primavera, io di te amavo tutto, non solo la tua bellezza, il che è abbastanza facile, ma anche la tua bruttezza, i tuoi momenti brutti, la tua tache noire, il tuo viso chiuso. E pure ti compiango. Non dimenticarlo". 
Un amore, dunque, che non può essere letto soltanto come espressione di un sentimento e di una passione ma dentro questo amore c'è tutta una vita che è fatta, tra l'altro, per Pavese, di letteratura, di parole, di simboli. E' fatto di un costante conflitto che intreccia l'amore per questa donna (che decodifica tutto un vissuto umano e sentimentale che è quello di Pavese) con la letteratura (nella quale l'uomo - libro, richiamato dallo stesso Pavese, è ben definito). 
Una donna fatale? Forse una donna mito. Idealizzata. Nel mito di Leucò. In questo mito la letteratura si dichiara come destino. Una solitudine tra le ombfre del tempo. Constance sarebbe potuta diventare un filo di Arianna. Ma Pavese si è lasciato intrappolare nel labirinto. 
Alla sorella di Constance, Doris, Pavese in data 6 luglio 1950 da Torino, scriveva: "Uno non può avere troppo dalla vita (!), ma tutto quello che uno ha sembra spazzatura. E' da tanto che ho capito che la mia sorte è abbracciare delle ombre. (…)". Non ci sono, qui, metafore. Si è al culmine di un percorso. La metafora, invece, la usa quando si paragona ad una candela. Infatti, in una lettera a Pierina dell'agosto del 1950 da Bocca di Magra, si legge: "Io sono, come si dice, alla fine della candela. (…) Non si può bruciare la candela dalle due parti - nel mio caso l'ho bruciata tutta da una parte sola e la cenere sono i libri che ho scritto". 
La cenere dei suoi libri, dunque, è una allegoria tragica ma anche sublime in una ironia sconvolgente. Quella stessa ironia che troveremo annotata nelle ultime sottolineature del diario. Questo amore immenso è un amore non deviante e neppure condizionante. E' piuttosto un amore che assomma nostalgie e speranze. Vi restano solo le nostalgie e rimangono rinchiuse nel labirinto, insieme a lui. In fondo siamo costantemente a quel "Verrà la morte e avrà i tuoi occhi…". 
20 luglio 1950 ancora dal suo diario: "Non si può finire con stile. Adesso la tentazione di lei". 14 agosto: "E anche lei finisce allo stesso modo. Anche lei. Va bene. Sono onde di questo mare". 16 agosto: "Cara, forse tu sei davvero la migliore - quella vera. Ma non ho più il tempo di dirtelo, di fartelo sapere - e poi, se anche potessi, resta la prova, la prova, il fallimento". 
Ma la verità sta, proprio, in questa frase lapidaria: "Certo in lei non c'è soltanto lei, ma tutta la mia vita passata". E' proprio qui il punto e il disegno di un'esistenza. Quel "Viso di primavera" è una carezza che lascia rughe sotto una pioggia caduta su "dolci selciati" pur essendo "una pioggia leggera/come un alito o un passo". Perché il mattino che trascorre lento è buio "senza la luce dei tuoi occhi". 
Pavese in Constance definisce gli ultimi tasselli di un mosaico chiamato, appunto, destino. C'è in lei il suo destino. Tutto è destino. Così compreso il suo amore perduto per l'attrice americana, così per quella donna dalla voce rauca che sono un disegno nel cerchio magico della sua poetica. La donna non come esperienza ma soprattutto come mito. 
Scrive Davide Lajolo in Il "vizio assurdo" Storia di Cesare Pavese (Mondadori 1978): "Un momento breve. E' quella felicità che lo distoglie per qualche tempo al suo tormento gli pare più grande. Torna a sentirsi innamorato. Non è riuscito allora, quand'era giovane, a sposare la donna dalla voce rauca, né le altre, ma ora s'afferra all'ultima speranza, a quest'ultima umana àncora di salvezza. Constance è intelligente, estrosa, colta. Lo sa capire anche nellle allucinazioni; ma Constance è ambigua, imprendibile. E anche Costance lo abbandona; e anche Constance corre da un altro uomo. Così è accaduto sempre a Pavese con le donne che amava" (pag. 333). 
Constance è il vissuto che si delinea attraverso il tragico in Leucò (scritto prima di conoscerla), è la luna ma anche il falò (e ancora Constance non è c'è nella vita di Pavese) in una richiesta di capire quei luoghi unici che sono nell'interpretazione dell'infanzia perché, come scrive Davide Lajolo nel testo citato, per Pavese "la luna… è l'adolescenza e l'età dei padri…la terra antica e la terra promessa", è il "frantoio/di stagioni e di sogni" de La terra e la morte (ma ancora Constance non c'è) ed è quella "luce e il mattino", quella "radice feroce", quel "passo leggero", quel "sangue di primavera", quel "tumulto delle strade" che "sarà il tumulto del cuore/nella luce smarrita", quel "cuore che sussulti…" di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (dove, questa volta, Constance c'è). 
Forse oltre il viaggio. L'amore tra Pavese e Constance Dowling è un amore consumatosi tra l'indefinibile inquietudine di un poeta e la recita di un'attrice. Constance non ha saputo o voluto ma che, in realtà, non amava la solitudine di un poeta. E Pavese non poteva che lasciarle questo sussulto: "Sei distesa sotto la notte/come un chiuso orizzonte morto".
Pavese era convinto profondamente che "L'amore/è il tuo sangue - non altro". Una stagione, breve, quell'amore tra Cesare e Constance. Amore e morte. Lo aveva scritto alla data del 13 maggio: "amore e morte - questo è un archetipo ancestrale".  L'avventura - destino, tra Pavese e il viso primaverile di Constance, trova proprio qui una dimensione onirico - tragica. Mi pare, così, significativa questa cesellatura di Cesare Segre: "Pavese muore, ma da scrittore. Da scrittore che non scriverà più" (Introduzione a Il mestiere di vivere, Einaudi, 2000, pag. X).

di Pierfranco Bruni




Commenti

Posta un commento