Antonella Policastrese parla con Cinquew.it di violenza e mezzi di informazione

Ritorna spesso negli scritti giornalistici di Antonella Policastrese la parola violenza. Partendo da questo termine - anche da me spesso letto nelle sue opinioni espresse attraverso Cinquew.it - ed entrando nei diversi significati che la giornalista ne ha dato e ne dà, ho deciso di raccogliere le sue considerazioni sugli organi di informazione in Italia, su come essi trattino i veri e propri atti criminali. Ma, Policastrese, non ha mancato di soffermarsi sulla buona e cattiva televisione, sui giornalisti pure.
Policastrese, allora, cos'è la violenza? Si pensa che sia solo sangue...
Bisogna partire dal presupposto che ogni omicidio ha un potere comunicativo commesso da un “solista” o da un gruppo di balordi. E se la violenza è un modo d’esprimersi non v’è espressione priva di significato: essa è un canale di comunicazione, il più accessibile, il meno controllato. È il self-service delle comunicazioni interpersonali, tra singolo e gruppi tra gruppi e gruppi. Tuttavia, esiste una forma di violenza che non si vede, agita direttamente sull’individuo, tesa a circuirlo e renderlo schiavo. Ad esempio guardiamo cosa sta succedendo nella società odierna. Siamo in presenza di un fronte di guerra giocata senza armi ma a colpi di finanza e di banche. E se estendiamo il concetto ai femminicidi viene facile trarre la conclusione che l’omicidio è solo l’ultimo atto di una violenza sottile dove la donna soggiace alle prevaricazioni del suo carnefice. Di questo nessuno ne parla... Continua a leggere



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